IL MALE DEL SECOLO NON E’ PIU’ IL CANCRO!

Un titolo  cosi’  “provocatorio” e  nello stesso  tempo”rivoluzionario”  cosa vorra’ dire? Vuol  dire che nel  terzo millennio   la lotta  contro il CANCRO , pur non ancora vinta ,  e’molto  migliorata  ed avanzata ,grazie  ai progressi  della  medicina , delle  chemioterapie e  delle altre  moderne tecnologie (chirurgia, radioterapia ….) ; anche   la medicina personalizzata  in  ambito  oncologico  ha  raggiunto  alti  livelli  di  successo,  permettendoci quindi  di usare/osare una  affermazione  cosi’ forte!

Stiamo infatti  assistendo a un profondo cambiamento nell’immaginario collettivo  sul cancro.                   Nel  secolo scorso le  possibilita’  di  cura erano  molto limitate , l’evoluzione infausta nella   maggior  parte  dei  casi e le  parole  ricorrenti ne erano  un indicatore  significativo: male  incurabile, male  del secolo , brutto male…  Negli ultimi  40-50 anni si sono verificati   importanti fenomeni: i grandi  progressi  scientifici  hanno migliorato radicalmente  la prognosi  e la  sopravvivenza  a  lungo  termine , facendo  diventare sempre piu’  spesso  la  malattia neoplastica  ,”  una  malattia  cronica “.  La parola guarigione  e’  diventata un  obiettivo  sempre  piu’  realistico ! Sta emergendo  , provenendo  dalla  psicologia  , un contributo importante e del  tutto  nuovo :il concetto  di resilienza, di  crescita  e  di  recupero  totale  post-traumatico.  La malattia puo’  essere considerata  come  una medaglia  a  due  facce : una  e’ caratterizzata dall’esperienza  dolorosa durante  la  fase  iniziale  di diagnosi  e  terapia ,   sempre  drammatica , l’altra  comprende  gli  aspetti “ positivi”  conseguenti  alla  fase  iniziale.    Il percorso  della  persona  con  cancro  puo’  essere oggi   immaginato  come  l’ingresso in  un  tunnel  oscuro ,  che  evoca  “disperazione” ; tunnel  alla  fine  del  quale  compare ,  sempre piu’ spesso   , una  luce  di  speranza e l’inizio  di  un  nuovo  percorso… nuovo meraviglioso  percorso  di  guarigione  definitiva  , da un  lato  ,  ma  nello  stesso  tempo, vista la cronicizzazione della malattia ,   di   necessita’ di educazione  alla convivenza e  di  prevenzione  di  “secondi  tumori” dall’altro .

La parola PREVENZIONE, a tutt’ oggi , non  gode  dello stesso  favore  attribuito  agli aspetti  terapeutici   dei tumori :  per  quanto  riguarda  l’intervento in fase  precoce delle malattie , o  l’ evitarne l’insorgenza ,sia   dei  primi  , che  dei  secondi  tumori ,      in  molte  regioni ,  soprattutto  del  centro sud , siamo  ancora  indietro…    Il  successo  sul  male  del  secolo (cancro  ) e’  stato   e rimane  soprattutto  in  ambito  terapeutico , non  altrettanto in  ambito  di  diagnosi  precoce  e  di  prevenzione    primaria  e  secondaria.   Siamo purtroppo  vittime,  consapevoli  o inconsapevoli, colpevoli  o  innocenti  ,  della “ RIVOLUZIONE  NEGATA “ nel  mondo  della  salute e della  tanto  promessa  prevenzione .        Se  si  puo’ quindi,  con  soddisfazione  ,  affermare  che  il  male  del  secolo  non è  piu’  il  cancro  , dobbiamo  ammettere che   quest’ultimo  ha  lasciato il  primato   alle “ malattie  del  benessere “,  ed  in  particolare  alla  sindrome  metabolica   , a  sua  volta denominatore comune   delle  principali  cause  di  morte  e delle patologie  del  XXI secolo :dalle  malattie cardiovascolari alla  malattia oncologica , dalla  disfunzione  erettile  al  diabete , dal  sovrappeso  all’obesita’…       La sindrome  metabolica  è  una  situazione  clinica  ricca  di  rischi , molti  dei  quali  drammatici , non facilmente reversibili , a  volte  intrattabili …. Rischi  che  regrediscono pero’  con  la  regressione  della  sindrome  metabolica  stessa,  attuandosi  in  tal  modo  una importante  azione  preventiva su  un  fronte  molto  ampio! Tutto  questo è  possibile  attuando ,  appena fatta  la  diagnosi , il piu’  precocemente possibile ,   un  rigoroso cambiamento di  stile  di  vita  e  di  stile dietetico .

Per  formulare  la  diagnosi  di  sindrome  metabolica (SMET)  è  necessaria  la  presenza  di  almeno  tre dei  seguenti fattori :

-circonferenza  addominale > 94 cm negli  uomini  e >80 cm  nelle  donne

-pressione  arteriosa > 130/85  mm Hg

-trigliceridi >150 mg/dl

-colesterolo HDL < 40  mg/dl negli uomini  e < 50 mg nelle donne

-glicemia  a  digiuno >100 mg/dl

A questi parametri  “storici” della  sindrome  metabolica , se  ne  stanno  aggiungendo  altri   ,  tra cui  l’ipogonadismo  e  la sindrome  delle  apnee  notturne  OSAS.

L’incidenza e’ molto  variabile ,  sia  pur  in  crescita  esponenziale! Negli USA  raggiuge livelli  molto elevati :  il  60% nelle  donne  tra 45 e 49 anni   e  il  45 % negli  uomini  tra  45  e  49  anni .    In Europa  : negli  adulti  sopra  i  vent’anni  è  del 24% degli  individui , mentre nei  soggetti  con  piu’  di 50 anni  e’ del 30%  nei  maschi  e  del  35%  nelle  donne .

Il  nostro  programma  di  screening/diagnosi  precoce- SMET  consiste   nel  valutare  clinicamente   i  pazienti   di  entrambi i  sessi ,  di  eta’  superiore  ai  45  anni , offrendo  gratuitamente  le  analisi  di  laboratorio  di  base  ,  per formulare  la  diagnosi  di SMET ,  e quindi  , se positivi  (presenza  di  almeno  tre  parametri ), includerli  nello  studio.

Una  volta  formulata  la  diagnosi , ai  pazienti con  SMET  ,  verra’  valutato  il  quadro  clinico  nella  sua  complessita’ ,  con  tutti gli approfondimenti necessari ,  indirizzandoli   dai  vari  specialisti:  cardiologo , diabetologo , uro- andrologo, neurologo , ginecologo, nutrizionista/dietologo, gastroenterologo ,  broncopneumologo….senza  escludere approfondimenti strumentali  o  di  laboratorio ,  per  perfezionare e completare   la  diagnosi .

I pazienti non  portatori  di  SMET , verranno  indirizzati  al  medico  curante, senza inserirli  nello  studio , .

Finita la valutazione   dei  vari specialisti , interpellati  solo a  seconda  della  sintomatologia presente   e  prevalente , vengono  tirate  le  somme  per  un inquadramento conclusivo ,  comunicato  al   paziente  da  un  lato  ,  e  dall’altro  al  medico  di  medicina  generale ,  per proseguire  il  percorso .

L’obiettivo  principale  del  progetto    e’  in  primo luogo  informativo/educativo per  medici  di medicina  generale, per  pazienti e  per le loro  famiglie   , avendo  noi  consapevolezza  che  molti  medici  ,  oltre  ai molti  pazienti  ,non  conoscono  la  SMET , le  sue  conseguenze  ,  i  suoi  rischi , la sua reversibilita’ , pensando ,   in  modo un  po’ superato , solo  e sempre  al  problema  CANCRO, pur da non  sottovalutare .

E’  pertanto  da programmare  una  importante  campagna  educativo/informativa   indirizzata  alle  persone  in  primo  luogo  ,  cosi’  da  reclutarle  per  lo  studio,   con  contemporaneo  interessamento della  classe  medica locale .

Schema percorso SMET:

1)opera generale  di  informazione e sensibilizzazione  sul  progetto

2)raccolta adesioni dei  pazienti

3)prima  visita medica , colloquio informativo, misurazioni, BMI,prescrizione tre analisi di  base per  arrivare  alla  diagnosi ( HDL, GLICEMIA , TRIGLICERIDI )

4)valutazione  risultati  analisi e  ,  in caso  di  presenza  di  tre  parametri  positivi  per  SMET (su  cinque) ,  inserimento nel  programma  di approfondimento

5)in  base  al  quadro  clinico e  alle sintomatologie  prevalenti  EVENTUALE  invio  ad   altro  specialista   del  gruppo  di  lavoro ; per i  casi  di  “complessita’ minore” valutazioni  conclusive, senza consulenze ulteriori.

6)  nei casi di complessita’  maggiore, valutazione conclusiva delle eventuali consulenze specialistiche ,   con  terapia medica ,  dieta , consigli per  il  futuro , controlli…..

7)individuazione  e segnalazione casi  particolarmente complessi  o  bisognosi  di stretto follow -up

SEDI :  A)  STUDIO  VIA  BRINDISI 3 CIRO’ MARINA    GRATIS  DISPONIBILE  SEMPRE –  LABORATORIO  ALTOMARI PER  ANALISI  (3)  GRATIS

B)  MARRELLI  HOSPITAL    CROTONE   GRATIS , VOLENDO  CON  ALTRI COLLABORATORI E         STRUTTURE  DELLA  CLINICA GRATIS ,  DISPONIBILE  IN  BASE AD  ACCORDI

PARTECIPANTI ROTARY STRONGOLI    RITA LONGO- ANGELA GARRITANI – MICHELE QUERO – ANTONINO ATTINA’ – ERCOLE DEMASI – ……

SPESE  PREVISTE     MATERIALE CARTACEO  E  LOCANDINE

SEGRETERIA STUDIO CIRO’ GRATIS    SEGRETERIA  M H  CROTONE GRATIS

DURATA PROGETTO ALMENO  UN  ANNO

COINVOLGIMENTO ALTRI  ROTARY    SANTA SEVERINA   CROTONE E …….

IL MALE DEL SECOLO NON E’ PIU’ IL CANCRO!

Le Eccellenze Italiane: l’Aceto Balsamico

A Natale regalo sempre, alle persone care, un barattolo di meravigliose ciliegie sottograppa e una bottiglietta di uno sciroppo ricavato dal vino rosso, fatti da me; sull’etichetta c’è scritto SCIROPPO “DIVINO”, di vino. E’ realizzato da una VECCHIA RICETTA VALDOSTANA di uno sciroppo che faceva una mia vecchia zia, molto brava in cucina, appunto dal vino rosso, e che può fare da base all’acqua fresca, dissetantissimo, o ad intriganti aperitivi, con champagne, spumante e/o vino bianco… Non è certamente da paragonare all’aceto balsamico “ tradizionale”, di gran lunga più buono e molto più impegnativo e lungo da preparare (12 anni), però la definizione che da il grande Sandro Bellei (“l’aceto balsamico … un aceto di vino, ma anche DIVINO” ) e quella che do io al mio aperitivo, è esattamente la stessa. Dopo questa disquisizione di carattere semantico, veniamo al significato del titolo dell’articolo. Perché è il momento dell’aceto balsamico, e perché e’, a pieno titolo, la prima delle eccellenze italiane che tratteremo nel nostro journal? Sarebbe da dedicare un intero numero del giornale alla risposta a questi due quesiti! Intanto pero’ cominciamo a non perdere questa “ghiotta” occasione del numero di novembre e iniziamo a rispondere, sia pur sinteticamente, sottolineando lo stretto legame tra i due momenti! E’ il momento dell’aceto balsamico non solo perché lo sta scoprendo il mondo, ma perché è buono e arricchisce i valori sensoriali degli alimenti e dei piatti -sapore/gusto, profumo,vista- ma per di più, fa anche bene alla salute! Quest’ultima affermazione, in linea con la filosofia della culinary nutrition, offre una chiave di lettura del tutto innovativa nel mondo dell’enogastronomia e dell’arte culinaria: un piatto o un alimento non devono più essere solamente belli e buoni, ma devono fare anche BENE! Cioè devono essere interessanti anche dal punto di vista nutrizionale e della salute! E’ superfluo ricordare gli enormi, ormai consolidati, vantaggi dell’aceto balsamico sulla riduzione della pressione, del sovrappeso, della sindrome metabolica, dell’obesità e sul controllo dell’appetito. La vera esplosione dell’interesse sull’aceto balsamico tradizionale deriva, nel suo “far bene”, dall’azione positiva e stimolante nei confronti del microbiota intestinale; il microbiota è quel nuovo organo all’interno del nostro organismo, che, guarda caso, pesa quanto il cervello, oggi studiatissimo, sul quale si sta concentrando l’attenzione del mondo medico –scientifico, dell’industria agroalimentare ed al quale ci affidiamo per la sua attività di mediazione positiva in tutti i fenomeni che riguardano il funzionamento del nostro corpo e il suo equilibrio psico-fisico. Il microbiota svolgendo la sua funzione diventa il più importante modulatore neuropsichico bidirezionale tra cervello e intestino, e tra intestino e cervello (BRAIN GUT-GUT BRAIN), cioè controlla/interferisce con gli impulsi che dall’intestino vanno al cervello: si apre così un mondo nello studio, nella prevenzione, nel rallentamento delle malattie neurodegenerative (Alzheimer-Parkinson) che insieme alle malattie del benessere sono diventate il vero male del secolo! Rappresenta quindi il protagonista di un’alchimia magica tra cibo e vita. E per rispondere alla seconda domanda…. perché tra le numerose eccellenze italiane ne parliamo per prima? Certamente non per ragioni alfabetiche!!! Perché non solo il legame con il microbiota-flora batterica porta al primo posto l’aceto balsamico tradizionale, ma è tanto concentrata l’attenzione sui derivati del vino che l’industria farmaceutica mondiale li sta utilizzando per importanti preparati terapeutici “SALVA VITA” come il RESVERATROLO (antitumorale, antinfiammatorio, antiaging, fluidificante del sangue… ) o come l’ACETIUM ( protettivo per lo stomaco acloridrico e per i danni da fumo, anti cancro esofago-gastrico, anti helicobacter, ANTI ACETALDEIDE…..) Il meritato primo posto, nella scala delle eccellenze italiane, deriva anche dal fatto che l’aceto balsamico tradizionale è l’unico esclusivamente italiano: nel lontano 1912 la prima azienda a richiedere ed ottenere la licenza Ministeriale per la produzione e la commercializzazione dell’aceto balsamico di Modena è stata l’azienda Monari Federzoni, il cui primato nel mondo, ancora oggi attesta la sua antica tradizione familiare. Attualmente il Consorzio Tutela Aceto Balsamico di Modena, istituito nel dicembre 2013, raggruppa 50 aziende appartenenti alla filiera produttiva dell’Aceto Balsamico di Modena e il fatturato dell’Aceto Balsamico di Modena alla produzione supera i 400 milioni di euro, quello al consumo supera il miliardo di euro, collocando il prodotto nella top ten delle specialità alimentari DOP e IGP italiane, al fianco di Grana Padano DOP, Parmigiano Reggiano DOP, Prosciutto di Parma DOP, Prosciutto di San Daniele DOP e Gorgonzola DOP: altre eccellenze italiane di cui parleremo. Il magico realismo di un prodotto che, se da un lato combatte l’olio e il sale, e dall’altro combatte lo zucchero,giustifica la passione e l’attenzione su un “ingrediente segreto” che sta esplodendo per le sue caratteristiche legate al benessere, al gusto e alla tradizione del “cuore “italiano… Ercole De Masi – Direttore Editoriale del Journal of Culinary Nutrition
Le Eccellenze Italiane: l'Aceto Balsamico

E’ un momento del “Cavolo”!!!

Sentendo la parola CAVOLO viene in mente la frase: c’entra come  i  cavoli  a  merenda!   Il cavolo entra nei modi  di dire fondamentalmente per due  ragioni: la  prima  è data dal  suo  scarso  valore  commerciale, la  seconda  da  una  vaga  assonanza eufemistica con  il  termine  popolare usato per l’organo  genitale  maschile. Per entrambi questi motivi, e nei modi  di  dire, in genere, il cavolo è divenuto ed usato come simbolo di cosa  spregevole oppure di scarso valore, fino ad essere esclamato nei  momenti  di  rabbia.

Peggio di così non poteva andare!

La “scarsa” conoscenza dell’ortaggio fa si che non sia ancora entrato tra gli alimenti che suscitano passione ed entusiasmo tra i consumatori.  Considerato insignificante da alcuni, poco fine da altri, il  cavolo  e  i  suoi  cugini non vengono apprezzati da molte persone .

In realtà è tutto sbagliato!!!

Raccolti in stagione, e preparati nel modo giusto, questi ortaggi possono essere davvero buoni.

Malgrado tutto quello che di negativo si possa dire dei cavoli, con le  relative battute poco ortodosse, si riabilitano meravigliosamente in quanto  non  solo  sono  buonissimi  “in  tutte  le  salse”, anche  da  soli,  ma sono tra  gli alimenti più efficaci nel contrastare lo sviluppo del  cancro[1].

Il cavolo è il prototipo di una famiglia di ortaggi, dette crucifere, un termine che designa la forma a croce delle infiorescenze prodotte da queste piante per riprodursi. Le piante della famiglia del cavolo appartengono a un sottogruppo di crucifere, noto come brassica. Le principali varietà oggi consumate sono il cavolo cappuccio, i broccoli, il cavolfiore, i cavolini di Bruxelles e i cavoli senza infiorescenza come la verza e il cavolo nero. Adesso si comincia a capire perché ho scritto che la  sottovalutazione del cavolo è un grande errore!

E’ un errore perché elencando e degustando le suddette varietà, sono una più bella dell’altra, ma non solo, sono una più buona dell’altra; e scavando ancora un po’, fanno  a  gara a produrre i migliori effetti sulla salute, e non solo in ambito oncologico[2], da sempre riconosciuto  come  loro  primato. E quindi BELLE, BUONE e fanno BENE.  Le tre B della CULINARY NUTRITION che insistono sulla ricerca dell’effetto SALUTE, ad integrare gli altri importanti valori sensoriali.

Il lato debole di questi ortaggi è però nella cottura[3], e tra poco  vedremo  perché .

Nell’antichità le piante della famiglia delle crucifere erano coltivate essenzialmente per le loro proprietà medicinali. Che fosse la senape, la cui coltivazione in Cina risale a più di 6000 anni fa, o ancora le diverse varietà di cavolo descritte dai botanici greci e romani, tutte queste piante venivano coltivate principalmente per curare determinati disturbi, come  la sordità, la gotta, e i problemi gastrointestinali. Il cavolo, in particolare, veniva considerato un alimento curativo talmente importante, tra le  popolazioni  greche  e  romane,  da  poter  sostituire  addirittura  l’aglio,  principe  delle “medicine naturali” dell’epoca. Interessante ricordare Marco Porcio Catone, noto come  Catone  il Vecchio, che  fu  il  primo  ad  utilizzare  il  termine  “ BRASSICA”,  usato ancor  oggi  per  indicare   gli  ortaggi   appartenenti  a  questa  famiglia .    Catone considerava  il  cavolo  un  rimedio universale  contro  le  malattie ,  una  fonte  di  giovinezza  cui  attribuiva  il merito  della  sua buona  salute e della  sua  virilità[4] (ebbe un figlio a 80  anni); scrisse nel suo trattato DE AGRICOLTURA che “mangiato crudo con aceto, cotto con olio o altri grassi, il cavolo scaccia  tuti i malanni e guarisce tutti i disturbi”.   Commetteva però un errore: la cottura, che non può essere una cottura qualsiasi[5].

Non sapeva che una cottura sbagliata riduce in maniera sostanziale la quantità di sostanze anticancro che vengono liberate una volta che  l’ortaggio viene consumato.

Gli studi svolti confermano l’azione  positiva delle proprietà antitumorali su una serie di tumori[6]: da quelli della vescica a quelli del seno, da quelli del polmone a quelli dello stomaco, del colon-retto[7] e della prostata[8]. In quest’ultimo caso, tre o più porzioni alla settimana di crucifere, si sono dimostrate ancora più efficaci nel contrastare lo sviluppo del tumore alla prostata rispetto ai pomodori, notoriamente considerati tra i principali alimenti in grado di prevenire questo tipo di tumore (licopene).

Le sostanze fitochimiche presenti nei cavoli sono le responsabili dell’attività antitumorale, in particolare i glucosinolati[9], comprendenti i potentissimi isotiocianati e gli indoli. Non va dimenticato che la loro azione è attivata e potenziata dalla masticazione[10], mentre  la cottura  in acqua bollente, prolungata fino a 10 minuti, riduce drasticamente ogni  attività antitumorale, essendo i glucosinolati idrosolubili, come peraltro  alcune importanti vitamine (vit c-complesso  b -pp).

La culinary nutrition non esisteva ai tempi di Catone il Vecchio, ma il vecchio saggio, già parlava anche di non cottura, prevedendone i danni.  Oggi questa nuova disciplina esiste e suggerisce, secondo la regola del bello buono e che fa bene, come salvaguardare al 90% le vitamine idrosolubili e gli altri fattori anticancro: primo usare poca acqua, secondo tempi  brevi (4 -5  m), terzo cottura rapida in padella o ancora meglio a  vapore con calore moderato quarto buona masticazione.

Per concludere, questa enorme varietà di crucifere offre  un  potentissimo  strumento anticancro per l’eccezionale contenuto di sostanze  fitochimiche antitumorali, soprattutto glucosinolati[11], con l’imbarazzo  della scelta per gli intriganti sapori che variano da tipo a tipo, nel rispetto  per l’ortaggio con il metodo di cottura.

Aumentare il consumo di questi ortaggi rappresenta dunque un modo molto semplice, ed anche piacevole, per apportare all’organismo quantità considerevoli di queste molecole e quindi per prevenire lo sviluppo di molte forme di cancro[12],  soprattutto del polmone, in grande aumento, e  del tratto gastroenterico.

Un regime alimentare che prevede alla settimana tre o quattro porzioni di broccoli[13], alternate con altri tipi di crucifere, quantità ben lungi da essere eccessiva, si è confermato essere sufficiente a proteggere anche dai polipi intestinali, i quali possono degenerare in tumori del colon-retto.  L’azione inibitrice di alcuni componenti delle crucifere nei confronti degli  estrogeni[14], rende questi ortaggi un elemento essenziale anche  nella  lotta contro  il  cancro  al  seno.

Grazie  al  cavolo  quindi …buono  , bello  ,  che  fa  bene   alla  salute ,  ma  anche  alle  tasche , perche’ è  molto economico!

ERCOLE  DEMASI

[1]  Johnson IT; Phytochemicals and cancer; Proc Nutr Soc. 2007 May; 66(2): 207-15

[2] Kapusta-Duch J, Kopeć A, Piatkowska E, Borczak B, Leszczyńska T.; The beneficial effects of Brassica vegetables on human health; Rocz Panstw Zakl Hig.; 2012; 63(4): 389-95

[3] Palermo M, Pellegrini N, Fogliano V; The effect of cooking on the phytochemical content of vegetables; J Sci Food Agric. 2014 Apr; 94(6): 1057-70

[4] Nagendra Singh Chauhan, Vikas Sharma, V. K. Dixit,  and Mayank Thakur; A Review on Plants Used for Improvement of Sexual Performance and Virility; Biomed Res Int. 2014; Volume 2014, Article ID 868062, 19 pag.

[5] Pellegrini N, Chiavaro E, Gardana C, Mazzeo T, Contino D, Gallo M, Riso P, Fogliano V, Porrini M; J Effect of different cooking methods on color, phytochemical concentration, and antioxidant capacity of raw and frozen brassica vegetables; Agric Food Chem. 2010 Apr 14; 58(7): 4310-21

[6] Anubhuti Sh, Ashok Sh, Prashant Y, Dhiraj S; Isothiocyanates in Brassica: Potential Anti Cancer Agents; Asian Pac J Cancer Prev. 2016 Jan 9; 17(9): 4507-4510

[7] Lynn A, Collins A, Fuller Z, Hillman K, Ratcliffe B; Cruciferous vegetables and colo-rectal cancer; Proc Nutr Soc. 2006 Feb; 65(1): 135-44.

[8] Novío S, Cartea ME, Soengas P, Freire-Garabal M, Núñez-Iglesias MJ; Effects of Brassicaceae Isothiocyanates on Prostate Cancer; Molecules. 2016 May 12; 21(5) pii: E626

[9] Verkerk R, Schreiner M, Krumbein A, Ciska E, Holst B, Rowland I, De Schrijver R, Hansen M, Gerhäuser C, Mithen R, Dekker M; Glucosinolates in Brassica vegetables: the influence of the food supply chain on intake, bioavailability and human health; Mol Nutr Food Res. 2009 Sep; 53 Suppl 2: S219

[10] Ioannides C, Konsue N A; Principal mechanism for the cancer chemopreventive activity of phenethyl isothiocyanate is modulation of carcinogen metabolism; Drug Metab Rev. 2015 Aug; 47(3): 356-73; Epub 2015 Jun 29

[11] Capuano E, Dekker M, Verkerk R, Oliviero T; Food as Pharma? The Case of Glucosinolates; Curr Pharm Des. 2017; 23(19): 2697-2721

[12] Jane V. Higdon, Barbara Delage, David E. Williams, and Roderick H. Dashwood; Cruciferous Vegetables and Human Cancer Risk: Epidemiologic Evidence and Mechanistic Basis; Pharmacol Res. 2007 Mar; 55(3): 224–236

[13] Stephanie M. Tortorella, Simon G. Royce, Paul V. Licciardi and Tom C. Karagiannis; Dietary Sulforaphane in Cancer Chemoprevention: The Role of Epigenetic Regulation and HDAC Inhibition;

Antioxid Redox Signal. 2015 Jun 1; 22(16): 1382–1424

[14] Anna Pawlik, Monika Słomińska-Wojewódzka, and Anna Herman-Antosiewicz; Sensitization of estrogen receptor-positive breast cancer cell lines to 4-hydroxytamoxifen by isothiocyanates present in cruciferous plants; Eur J Nutr. 2016; 55: 1165–1180

E’ UN MOMENTO DEL CAVOLO !!!

Le Eccellenze Italiane: Dall’oro nero all’oro verde

Dopo l’articolo del journal di novembre sulla prima delle eccellenze italiane, l’aceto balsamico tradizionale di Modena, proseguiamo con una serie di articoli sull’olio. Rivendichiamo la paternità italiana dell’olio perché pur essendo, l’ulivo, nato 6000 anni fa in medio oriente, dopo aver attraversato l’Egitto e la Grecia, il Mediterraneo, l’Africa e il sud Europa, approdò a Roma (VII Secolo a.c.), in quella che divenne l’epoca di maggiore sviluppo della sua coltivazione: i romani diffusero la pianta in tutti i territori conquistati e addirittura imposero il pagamento dei tributi sotto forma di olio di oliva. Grazie ai romani il processo di coltivazione, estrazione e conservazione dell’olio migliorò notevolmente, e la diffusione del prodotto arrivò fino ai territori del Nord Europa: DISCIPLINARE di PRODUZIONE di Marco Porcio Catone (234 a.c. – 149 a.c. ) nel trattato DE AGRICOLTURA.

Con la caduta dell’Impero Romano (476 d.c.), anche la coltivazione dell’olivo cadde in disgrazia e per centinaia di anni gli uliveti sopravvissero solo in poche regioni.

Solo durante il Rinascimento (XIV-XVI secolo), l’Italia ritornava ad essere il maggior produttore di olio d’oliva nel mondo.

Nel 1700 i missionari francescani portarono i primi alberi di olive nel nuovo mondo e sempre gli immigrati italiani ne realizzarono il debutto commerciale in America.

Dopo la crisi del Novecento, l’olio, considerato elemento povero, vide diminuire la propria valenza di ingrediente nutrizionale, venendo sostituito gradualmente dai più ricchi grassi animali, contribuendo questi ultimi in maniera decisiva allo sviluppo di malattie degenerative e patologie del benessere.

Nel XXI secolo, il trionfo della dieta mediterranea e la conseguente rivalutazione della valenza nutrizionale dell’olio di oliva, come suo elemento cardine, l’hanno riportato ad essere uno degli alimenti più graditi al mondo e, a pieno titolo, una delle più importanti eccellenze italiane.

Introduciamo quindi nella prima parte di questa serie di articoli sull’olio l’idea della pianta di origine, della “radice gentile”, l’ulivo.

C’è qualcosa oggi, in un momento di identità sovrapposte ed incerte, che sembra resistere al cambiamento e sfidare il tempo: la lunga vita delle piante e degli alberi.

E’ un mondo, quello degli alberi, che noi abbiamo usato e violentato, ma che ancora permette esercizi di trascendenza, perché guardare in silenzio un albero antico significa guardare una vita che è partita molto prima della nostra e probabilmente la sorpasserà, accompagnando quella dei nostri figli.

Parlare del nostro albero, dell’ulivo, è quindi un atto d’amore per la nostra terra, un riconoscere un suo tratto particolare che la fa diversa da tutte le terre che non sono il Mediterraneo.

Si possono immaginare la Puglia e il sud italiano senza il mare, il cielo e gli ulivi?

Sulle origini dell’ulivo c’è ancora discussione, e ogni studioso ha la sua congettura, ma ciò che è certo è che questo albero ha attraversato ripetutamente il nostro mare, è andato da est a ovest e da sud a nord, e ancora oggi rimane un elemento di unità, di riconoscimento e di potenziale fraternità tra i popoli che si affacciano sul mare comune.

Entrando nel merito di tutti gli usi che possiamo fare dell’ulivo, è senza dubbio un inesauribile fonte di vita attraverso i suoi prodotti, come l’olio, che non rimane solo sulla tavola, ma si trasforma e ci avvolge ed accompagna, diventando balsamo, profumo, sapone, illuminazione e componente importante di tanti prodotti industriali.

L’ulivo ci ha fatto capire di appartenere ad una patria più vasta della nostra nazione e della nostra regione: la religione dell’ulivo ha una grande saggezza, perché unisce e non separa i popoli; da qui il termine di “radice gentile”.

“Miele per l’interno ed olio per l’esterno” rispondeva a chi gli domandasse il segreto della sua longevità, Democrito di Abdera, il filosofo greco morto nel 370 a.c. alla rispettabile età di 100 anni (per l’epoca straordinaria) e rimasto famoso nella storia perché fu il primo ad intuire che la materia è composta da atomi; in effetti tra i greci era molto diffusa la convinzione che l’olio di oliva donasse vigore al corpo.

La commensalità rimaneva fortemente ritualizzata nel corso dei secoli e la cura del corpo non poteva che conservare un’importanza fondamentale: presentarsi al convivio senza aver fatto un’accurata toilette era, più che disdicevole, inammissibile. E se per una qualche ragione, non era stato possibile prendere il bagno, bisognava almeno (era il suggerimento di Ippocrate), farsi una buona frizione con olio e vino. Né bastava ungersi una volta sola al giorno; i capelli, il viso e le mani dovevano essere sempre rilucenti.

Rispetto alle sopracitate malattie del benessere, dobbiamo ricordare che greci e romani non ne soffrivano; non ebbero modo quindi di intuire e sperimentare i benefici effetti dell’olio di oliva nella prevenzione dell’infarto miocardico e dell’angina pectoris.

Comunque, le prescrizioni di olio di oliva in ambito medico, alla ricerca di un effetto placebo o reale che fosse, si sprecavano. Come unguento era impiegato per curare le ustioni, le contusioni, il prurito; per lenire dolori muscolari ed articolari causati da reumatismi, addirittura nei casi di colera; a gocce, intiepidito, era instillato nelle orecchie per curare la sordità, probabilmente soltanto quella causata da tappi di cerume; come balsamo disinfettante e cicatrizzante era cosparso sulle ferite e sulle piaghe; In ginecologia lo si usava per impiastri ed irrigazioni in diversi trattamenti. Infine in ostetricia per facilitare al momento del parto, la cosiddetta “rottura delle acque”. Tra gli usi interni: come emetico nei casi di intossicazione, ma anche per curare il tetano. Nel levitico (terzo libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana), è riportato che l’olio di oliva veniva usato per curare i lebbrosi.

Galeno lo consigliava per il mal di pancia, Ippocrate per curare le ulcere e Dioscoride credeva nell’efficacia dell’olio di oliva come antidoto contro i veleni mortiferi. È un dato di fatto che, placebo o no, anticipazioni o meno dell’epoca moderna, malgrado i limiti delle loro conoscenze scientifiche, gli antichi avevano accertato che l’olio di oliva faceva bene alla salute. La scienza medica moderna, in un percorso di rivalutazione e riscoperta dell’olio, nel più grande scenario della DIETA MEDITERRANEA, ha solo dimostrato il come e il perché, e ne parleremo nei prossimi articoli.

Ercole Demasi Direttore Editoriale del Journal of Culinary Nutrition.

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Malattia Celiaca

Intervista di Denise Ubbriaco

Cos’è la malattia celiaca?

La malattia celiaca è un’enteropatia cronica autoimmune, caratterizzata da atrofia dei villi intestinali a livello del tenue; è scatenata dall’ingestione di glutine, frazione proteica alcool-solubile di alcuni cereali,i “famosi 7 cereali” :  frumento, orzo,farro,spelta, kamut,triticale e segale (con  riserva), in soggetti geneticamente predisposti.

La sindrome clinica con cui si manifesta la malattia celiaca è prevalentemente caratterizzata dal malassorbimento con diarrea, steatorrea, calo ponderale e ritardo della crescita nel bambino. La malattia celiaca non è un’allergia, ma un’intolleranza alimentare permanente al glutine. È una patologia cronica curabile, ma non guaribile.

La celiachia è una malattia nota da molti anni:  il primo  medico che  ha  segnalato  la  malattia  celiaca e’ stato ARETEO di Cappadocia,primo secolo  dopo Cristo ,  chiamandola DIATESI CELIACA.  Il primo simposio  sulla  malattia  celiaca  LONDRA 1969.   Considerata in passato come un’affezione rara, in realtà oggi è la più comune malattia autoimmune intestinale su base genetica dei paesi industrializzati, interessando circa una persona ogni cento abitanti e con una maggiore frequenza nel sesso femminile. Riconosciuta come un problema piuttosto frequente, sta ricevendo una maggiore attenzione da parte dei produttori di alimenti e dei ristoratori. E’ sicuramente più diffusa nel mondo occidentale.

Studi epidemiologici recenti stanno rilevando la presenza di celiachia anche in aree del mondo nelle quali non si riteneva fosse molto presente, a partire dall’Africa fino al Sudamerica e all’Asia. E’ stata individuata una popolazione africana, i Saharawi originari del Sahara occidentale, in cui la celiachia presenta una diffusione endemica pari al 6-7% della popolazione infantile.

A cosa è dovuta questa situazione?

Si sospetta che possa dipendere dal repentino cambiamento delle abitudini alimentari dei Saharawi che consumavano soprattutto latte e carne di cammello, mentre, di recente, hanno acquisito, dopo la colonizzazione spagnola, abitudini alimentari di tipo europeo, con uno spiccato aumento del consumo dei derivati del frumento.

La mappa mondiale della celiachia è molto più “affollata” di quanto si ritenesse in passato. Questa è una situazione che merita una grande attenzione sanitaria sia nei Paesi occidentali che in quelli in via di sviluppo, mirando ad individuare i possibili fattori ambientali responsabili delle fluttuazioni di frequenza.

Cos’è il glutine e dove lo troviamo?

Il glutine è l’agente tossico che scatena la malattia. Il glutine è una proteina costituita da gliadina e glutenina, un complesso di proteine presenti in alcuni cereali tra cui: frumento, segale, orzo, farro, kamut e avena. Ad esempio, l’avena è un cereale molto valido dal punto di vista nutrizionale per l’alimentazione dei celiaci e non: contiene amminoacidi essenziali, beta-glucani,vitamine  gruppo B, acido pantotenico, enzimi,   acidi grassi insaturi, polifenoli. L’eventuale tossicità è dovuta alla presenza di avenina, una prolamina analoga alla gliadina, che la rende dannosa per il celiaco in modo analogo alle altre frazioni proteiche dei cereali non adatti al celiaco. Il Board Scientifico di AIC suggerisce il consumo di avena solo per quei prodotti a base di avena o contenenti avena presenti nel Registro Nazionale dei prodotti senza glutine del ministero della Salute, che garantisce sull’idoneità dell’avena impiegata. Allo scopo di monitorare eventuali effetti legati all’introduzione dell’avena, si consiglia che tali prodotti vengano inizialmente somministrati a pazienti in completa remissione e che stiano seguendo una dieta senza glutine che abbia escluso anche l’avena.

In quali alimenti non è presente il glutine?

Non è presente nel miglio, sesamo, riso, mais, legumi,  sorgo, grano saraceno, amaranto, quinoa  .Non è naturalmente presente nel frumento, ma si forma durante l’impasto della farina di frumento con l’acqua.

Malattia celiaca: differenze tra soggetto sano e soggetto celiaco

Nel soggetto “sano” la colla (ingerita sotto forma di farina bianca) si attacca alle pareti intestinali alterandone la permeabilità, rallentando la peristalsi, generando fermentazione (degli zuccheri) e putrefazione (delle proteine) e, quindi, un aumento delle tossine in circolo responsabili di stanchezza, nervosismo, mal di testa, malassorbimento dei nutrienti, predisposizione alle malattie.

Nel soggetto “celiaco” non ancora in dietoterapia, l’intestino è poroso e disbiotico. Il leaky gut (l’intestino poroso) sposta lo stato del microbioma intestinale dall’equilibrio al disequilibrio. In questa sorta di colla, i parassiti e la candida si alimentano e proliferano, sviluppando una flora batterica nociva. Solo privandosi del glutine e con l’aiuto dei giusti prebiotici e probiotici, dopo circa 3-6 mesi, avviene la riparazione della membrana, ripristinando uno stato eubiotico. Una barriera intestinale integra è fondamentale per mantenere l’omeostasi dell’intestino.

Una delle cause della crescente diffusione delle intolleranze alimentari è da ricercarsi nelle alterazioni della flora batterica e nei suoi effetti sulla tolleranza immunologica a livello della mucosa intestinale.

Microbiota: da cosa è influenzato?

Il microbiota è influenzato dal tipo di parto (vaginale o cesareo); dai geni; dall’età e dallo stile di vita di un individuo; dai farmaci (es. gli antibiotici); dall’alimentazione (fibre e generi alimentari assunti). L’ambiente e l’alimentazione sono fattori EPIGENETICI ,  importanti nel determinare la ricchezza genetica del microbioma intestinale. È stata identificata una sorta di “impronta digitale batterica” che lega alterazioni nelle popolazioni batteriche allo sviluppo di determinate patologie. Soggetti con una ridotta ricchezza genetica presentano una maggiore adiposità globale, insulino-resistenza e dislipidemia, oltre a un fenotipo infiammatorio più marcato.

Il microbiota risulta essere coinvolto nei vari processi metabolici e ha la facoltà di modulare la funzionalità della barriera intestinale. La composizione del microbiota riveste un’estrema importanza per la nostra salute, poiché i tipi di batteri possono avere effetti protettivi ma anche lesivi per il nostro benessere.

Alterazioni legate al microbioma: a cosa sono state correlate?

A diverse condizioni e malattie, come obesità; sindrome metabolica; steatosi epatica; malattie neurodegenerative; allergie; malattie autoimmuni.

Quali sono le cause della malattia celiaca?

Il fattore scatenante è il glutine, componente proteica della farina di frumento, orzo e segale. In particolare, la frazione tossica è la gliadina (componente proteica alcool solubile) costituita da catene polipeptidiche. Il glutine, a causa di una carenza di peptidasi nell’intestino umano, viene digerito solo in parte. I peptidi del glutine penetrano nella mucosa dell’intestino tenue (rompendo le tight junctions) danneggiandola e alterandone la permeabilità, stimolano così il rilascio della zonulina, la proteina che favorisce l’assorbimento di macromolecole attraverso la perdita di coesione tra le giunzioni occludenti.

La zonulina è una proteina che modula le giunzioni strette degli enterociti, le cellule che costituiscono la parete intestinale. Essa si lega a uno specifico recettore dell’epitelio della superficie intestinale e innesca una cascata di reazioni biochimiche che creano un disassemblamento delle cellule epiteliali con un conseguente aumento della permeabilità intestinale. Le persone con alti livelli di zonulina, quindi con aumentata permeabilità dell’intestino, presentano spesso disturbi intestinali riconducibili alle tipiche reazioni immunitarie come ad esempio intolleranze e allergie alimentari. La Zonulina è misurabile nel siero del soggetto attraverso un semplice prelievo di sangue.

Malattia celiaca: quali sono i sintomi?

Premesso che  la  malattia  celiaca  e’ definibile  IL GRANDE TRASFORMISTA , le intolleranze al glutine e alle sostanze associate al glutine (come gli inibitori dell’amilasi/tripsina) sono ritenute responsabili dei disturbi intestinali (meteorismo, dolori, diarrea, flatulenza, stipsi, nausea, eruttazioni, dolore epigastrico) ed extra-intestinali (astenia, depressione, ansia, mente annebbiata, affaticamento, emicrania, dolori articolari, irritazioni alla pelle) che affliggono i pazienti. Tra i sintomi extraintestinali ematologici: anemia; deficienza di ferro e di acido folico; aumento volume corpuscolare medio; manifestazioni emorragiche; anomalie dell’INR (fattore della coagulazione); atrofia splenica – iposplenismo. Tra i sintomi extraintestinali biochimici troviamo: ipocalcemia; aumento della fosfatasi alcalina; aumento delle transaminasi GOT GPT; deficienza di IgA. La maggior parte della sintomatologia del paziente celiaco (specie nelle forme subcliniche) è dovuta ad alterazioni nutrizionali

Malattia celiaca: come avviene la diagnosi?

In laboratorio, attraverso i seguenti esami:anticorpi  anti TRANS-GLUTAMINASI,  AGA  anticorpi anti gliadina , EMA anticorpi antiendomisio ,  emocromo; sideremia; ferritina; got – gpt; gamma gt; fosfatasi alcalina; proteine totali ed elettroforesi; elettroliti; glicemia; azotemia; creatininemia; ves; pcr; colesterolo; feci – steatorrea.

Altro esame estremamente utile che si basa sull’analisi, nell’aria espirata, dei gas prodotti dal metabolismo intestinale da parte della flora batterica è il breath test, molto importante perché nella malattia celiaca si ha il malassorbimento dei carboidrati dovuto alla riduzione della superficie assorbente.

Breath test: in cosa consiste?

Vengono utilizzati, principalmente due tipi di breath test:  uno utilizza come substrato un polialcool: il sorbitolo che, nei pazienti celiaci, a dieta libera non viene assorbito ;l’altro  e’ il test al lattosio che studia la capacità dell’intestino di  assorbire il lattosio. La malattia celiaca in fase attiva danneggia il brush border causando un deficit acquisito di lattasi. La dieta aglutinata ripristina l’integrità mucosale e la funzionalità degli enterociti, con ricrescita del brush border e dell’attività della lattasi. L’H2-breath test al lattosio è la metodica non invasiva per la diagnosi di intolleranza al lattosio. Una positività del BT al lattosio può essere  causato da una malattia celiaca sottostante. Il 20% dei pazienti con H2 Breath al lattosio positivo sono affetti da malattia celiaca. Io suggerisco l’effettuazione degli anticorpi anti-EMA e TGA nei pazienti con H2 BT al lattosio positivo prima di iniziare una dieta priva di lattosio. L’altro  Breath test utilizza come substrato il sorbitolo un polialcool assorbito per diffusione in quantità strettamente dipendente dalla dose e dalla concentrazione di somministrazione. Il BT si esegue somministrando, in 200 ml di acqua: 5 gr di sorbitolo ed effettuando prelievi di aria alveolare ogni 30 min per 4 ore. Il test è positivo se si registra un picco di H2 ≥ a 20 ppm rispetto al valore basale.

Quasi tutti i pazienti con una forma di celiachia subclinca/silente mostrano un BT al sorbitolo patologico; c’è una stretta correlazione fra il valore del cut-off (in ppm e minuti) e le lesioni istologiche. In particolare, il massimo valore del cut-off (in ppm e in minuti) correla statisticamente con un grado più severo di danno intestinale.

Una grande percentuale di pazienti celiaci può essere perduta se i parenti di pazienti con diagnosi di malattia celiaca sono valutati solo attraverso la sierologia. Il Bt al sorbitolo nello screening si è rivelato molto più efficace. Comunque  si sottolinea che né il breath test né la sierologia possono sostituire la biopsia intestinale che rimane il gold standard nella diagnosi della MC.

L’H2-Breath Test al sorbitolo è meglio degli anticorpi anti endomisio nel rivelare la riscrescita villare nel follow-up dei pazienti celiaci in dieta aglutinata, per la sua buona correlazione con il danno istologico. Inoltre è in grado di rivelare l’aderenza alla dieta priva di glutine.

Malattia celiaca tipica o franca o attiva o non trattata: di che si tratta?

È la piena espressione dell’enteropatia da glutine, con evidente atrofia dei villi, in associazione con i classici sintomi del malassorbimento (diarrea cronica, perdita di peso, steatorrea e nei bambini ritardo della crescita).

Malattia celiaca atipica: cos’è?

È l’espressione completa dell’enteropatia da glutine, ma è associata ad una sintomatologia atipica prevalentemente extraintestinale caratterizzata da letargia, anemia, bassa statura, pubertà ritardata, atralgia, infertilità.

Malattia celiaca silente: in cosa consiste?

È l’espressione dell’enteropatia da glutine che viene diagnosticata occasionalmente in pazienti asintomatici, mediante test di laboratorio e di screening.

Malattia celiaca potenziale: a cosa si riferisce?

È caratterizzata da segni minimi di enteropatia (villi quasi normali o normali, con alterazioni istologiche minime), con positività degli anticorpi specifici con o senza sintomi intestinali.

Cos’è la gluten sensitivity?

Non è celiachia, in quanto non c’è atrofia dei villi intestinali, non c’è risposta anticorpale specifica (non si sono ancora scoperti eventuali anticorpi specifici per la GS), non c’è alterazione della permeabilità intestinale,  non è una patologia a base autoimmune. Non è allergia al grano, in quanto non c’è alterazione significativa degli anticorpi di classe IgE né positività al Prick test. È, quindi, quella condizione in cui in seguito all’ingestione di glutine siamo in presenza di sintomi in buona parte sovrapponibili a quelli della celiachia e della sindrome da colon irritabile (gonfiore, sonnolenza, diarrea, stipsi, dolori addominali, cefalea, depressione, ecc), ma non c’è atrofia dei villi intestinali né risposta autoimmune dell’organismo.

Chi soffre di Gluten Sensitivity ha un’iper-reazione dell’immunità innata, reagendo quindi in poche ore (6-24 h) al glutine.

Gluten Sensitivity: come avviene la diagnosi?

La diagnosi di Gluten Sensitivity è una diagnosi di esclusione.

Si devono ancora definire i parametri genetici, immunologici e clinici della malattia, a cui si arriva di fatto escludendo sia la celiachia che l’allergia al grano. Si ha un test allergologico negativo per il frumento e un test sierologico negativo per la celiachia (anti-EMA e/o anti tTG), è stata esclusa una carenza di IgA. La biopsia dell’intestino tenue dà esito negativo con un parziale leggero incremento degli IEL (linfociti intra epiteliali) (Marschall da 0 a 1). Possono essere individuati dei biomarcatori che mostrano una reazione immunitaria congenita al glutine (AGA), Si manifestano dei sintomi clinici che possono sovrapporsi a quelli di celiachia e allergia al frumento. Si  osserva spesso un miglioramento dei sintomi in virtù di un’alimentazione senza glutine.

Quali sono le patologie correlate alla malattia celiaca?

Le patologie correlate sono: diabete di tipo I; tiroidite di Hashimoto; intolleranza al lattosio; dermatite erpetiforme di Duhring; epatite autoimmune; osteoporosi; tumori; disturbi della fertilità – aborti ricorrenti; sindrome metabolica; difetto selettivo Iga;  sindrome di Sjorgen; cirrosi biliare primitiva; morbo di Crohn; sindrome di Down; sindrome di Turner; sindrome di Williams; epilessia.

Quali sono i falsi miti sulla malattia celiaca?

Tra i falsi miti troviamo:

  • seguire la moda con una dieta gluten free, prestando attenzione alla preparazione dei cibi e/o alla loro composizione commerciale, se si è un soggetto sano non fa ne bene ne male, ma di certo non fa dimagrire (il glutine è una proteina chiave della dieta) e non protegge dalle malattie cardiovascolari e metaboliche, anzi;
  • il glutine non è tossico e non è dannoso se non si è celiaci;
  • il glutine in quanto proteina ha un importante potere saziante, pertanto in una dieta bilanciata contribuirebbe alla perdita di peso;
  • l’esposizione precoce (intorno ai 4 mesi) o tardiva (dopo il primo anno di vita) non influenza il rischio di sviluppare celiachia.

Malattia celiaca: quali sono le cure?

Dieta e cucina  aglutinata al primo  posto. Ma  non  sottovalutiamo il  ripristino della  integrita’ della  parete  intestinale ( leaky gut ),   grazie  ai  probiotici, prebiotici ,  postbiotici , (  da  utilizzare  per  mesi  e  mesi ).   Non  sara’ mai   sufficiente la  sola  dieta ,   senza  una  adeguata  correzione  della  disbiosi, e  senza  un  totale  recupero  del  microbiota  intestinale .

Malattia Celiaca